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Il ricorso alla donazione di gameti è intesa come unica procedura medica in grado di consentire il progetto genitoriale le coppie definite sterili. La legge 40/2004, all’articolo 4 comma 3, vietava l’applicazione di tecniche di fecondazione eterologa, quindi, con gameti di terzo donatore. Questo divieto è stato cancellato con una sentenza della Corte Costituzionale del 9 aprile 2014. E’ stata definita “illegittima” la norma (articoli 4, comma 3, 9, commi 1 e 3 e 12, comma 1), che in caso d’ infertilità assoluta stabiliva il divieto di ricorrere a un donatore esterno alla coppia. Il 9 aprile 2014, in seguito al ricorso presentato dai tribunali di Firenze, Milano e Catania, la Corte costituzionale ha sancito l’illegittimità della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita (Pma), nella parte in cui vietava il ricorso a un donatore/donatrice esterni di ovuli o spermatozoi in casi di infertilità assoluta: quel giorno, la Consulta ha così ammesso anche nel nostro Paese la fecondazione eterologa. E da allora sono nati circa 10mila bambini grazie a questa tecnica. In Italia le coppie che non possono concepire per mancanza di gameti idonei possono quindi accedere alla donazione, sia per la parte maschile che per quella femminile. Una procedura sicura, che ha consentito a molte famiglie di coronare il sogno di un figlio. In particolare, secondo il registro Pma dell’Istituto superiore di sanità (Iss), sono stati 601 i bimbi nati grazie alla donazione dei gameti relativamente ai trattamenti eseguiti nel 2015; poi 1.457 nel 2016, 1.737 nel 2017 e 2.002 nel 2018. In totale, 5.797 bambini, guardando agli ultimi dati disponibili. Il successo di questa tecnica è dovuto al fatto che riesce a risolvere in molti casi problematiche legate all’infertilità maschile, alla menopausa precoce, ma soprattutto alla ricerca di una gravidanza quando la donna ha più di 42-43 anni, la situazione più comune per il quale le coppie si rivolgono a un centro per la fertilità: il procrastinare la maternità, molto spesso perché si hanno problemi nel trovare una stabilità lavorativa e il sistema di welfare non aiuta gli aspiranti genitori, porta inevitabilmente a una degenerazione dei gameti femminili, per cui è necessario ricorrere all’ovodonazione. Essa consente a una donna di 42-43 anni, che non arriverebbe al 10% di chance di concepire, di aumentare le possibilità almeno fino al 40%. Ma pur potendo risolvere il problema della bassa qualità ovocitaria, le donne che scelgono questa opzione vanno sempre informate correttamente sui potenziali rischi ostetrici legati a una gravidanza in età più avanzata rispetto alla media: fino al I trimestre di gravidanza i rischi sono gli stessi a tutte le età, però dopo, nel corso del II e III trimestre, diventano importanti le condizioni dell’utero, l’elasticità e la vascolarizzazione dei tessuti, e possono aumentare i rischi ostetrici e il pericolo di parto pretermine, diabete gestazionale e ipertensione.

Possono accedere alle tecniche di fecondazione eterologa le coppie che presentano fattori irreversibili di infertilità purchè l’età della donna si consiglia non superi i 50 anni. Non potranno ricorrere alla donazione né donne single, né coppie dello stesso sesso.

Come riconoscere i centri di fecondazione eterologa autorizzati?

Il Centro Nazionale Trapianti (CNT), autorizza i centri di Procreazione Medicalmente Assistita a poter effettuare la procedura di fecondazione eterologa. Attraverso la certificazione di conformità rilasciata dal CNT, è possibile accedere all’iscrizione nel compendio europeo come centri autorizzati. Molti centri in Italia, sono privi di tale certificazione. Per questo motivo nel momento della scelta del centro bisogna stare molto attenti a conoscere le certificazioni reali, acquisite dal centro. Il rischio per i centri di fecondazione eterologa è che manchi l’autorizzazione necessaria per effettuare la tecnica. La fecondazione eterologa va avanti grazie all’importazione di gameti/embrioni importati dall’estero: la mancata autorizzazione per effettuare tale trattamenti interessa oltre 6 mila coppie ogni anno nel nostro Paese. Tale situazione, porterebbe nuovamente ad aggravare la persistenza di importanti flussi di “turismo procreativo”.

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