bambina mamma

Dopo sei tentativi di ICSI andati male, ho deciso di fermarmi. Mi presento, sono Diana. Da poco ho compiuto 40 anni, e di questi, 8 li ho passati a lottare e sognare per avere un figlio. Oggi sono sposata, ho un buon lavoro e una vita che mi piace molto. Ho conosciuto Fabio quando avevo 28 anni, lui è un po’ più grande di me ed è successo quello che succede nella maggior parte dei casi: ci siamo innamorati e dopo un po’ abbiamo condiviso il desiderio di provare a mettere al mondo un bambino. Il matrimonio non era tra i nostri principali obiettivi; stavamo bene insieme, questo era quello che contava! Dopo qualche iniziale controllo ed esame di routine, ma dopo un pò di mesi di tentativi inconcludenti, abbiamo cominciato a preoccuparci ma soprattutto a capire che c’era qualche problema e soprattutto che era fondamentale indagare meglio. E’ cominciato così l’iter, fatto di poche chiacchiere e molti esami, dai più ai meno invasivi, che ci hanno aperto un mondo fino a quel momento per noi abbastanza sconosciuto. Un percorso impegnativo che ci ha portato a conoscere coppie nelle nostre condizioni, alcune di loro anche molto più giovani e con storie molto più devastanti. Ricordo come nel guardare quelle coppie nella sala d’attesa mi ritrovavo a pensare a come io, alla loro età, pensavo solo al mio lavoro e a spassarmela, mai avrei avuto il coraggio e la forza di affrontare tutto quello.

La morale della favola della nostra storia è connessa alla poca motilità degli  spermatozoi di mio marito sono poco volenterosi e la mia età non aiuta di sicuro. È cominciato così l’iter, fatto di poche chiacchiere e molti esami, dai più ai meno invasivi, che ci hanno aperto un mondo fino a quel momento per noi abbastanza sconosciuto. Ho una strana “memoria” di quel periodo fatto di lotte, delusioni e rancori. Non riesco bene a ricordare effettivamente cosa abbiamo affrontato, come se avessi rimosso. Quei momenti trascorsi nell’attesa dei controlli da effettuare all’incirca un giorno sì e uno no nel periodo della stimolazione ormonale, e quelle iniezioni nella pancia, delle quali mio marito ormai è il re, considerate da fuori possono sembrare un incubo, ma una volta in cui ci vivi dentro assumono un ruolo fondamentale e necessario!

E se il bambino non arrivasse?

Una fase che ho ben impressa nella mia mente è quella del transfer, anzi, dal transfer in poi. In quei giorni a casa a riposo dopo il transfer, nelle ore trascorse sdraiata sul divano hai tantissimo tempo per pensare e ripensare sempre alle stesse cose: ma se dovesse andare bene, come reagirei? Perché, chi non è proprio alla prima esperienza, è già un pochino predisposta a un esito negativo. L’unica cosa che ho sempre creduto fermamente è che Fabio ed io siamo stati molto fortunati a conoscerci, desideriamo stare insieme per ancora tantissimo tempo, abbiamo famiglie che ci sostengono nel modo giusto, senza invadenze, abbiamo progetti importanti. Pensavamo, se un bambino non verrà, ne prenderemo atto e andremo avanti, sicuri del nostro amore e della complicità delle persone che ci circondano. Tra queste, alcune coppie, perché in questo ambiente si ragiona solo per due, che ho conosciuto in questo ultimo anno e con le quali ho condiviso chiacchiere, sorrisi e tanta solidarietà e che tutte, per caso o per destino, stanno vivendo proprio percorso: Lucia, alla quale proprio oggi la telefonata ha riferito che è di nuovo andata male, Greta, compagna di camera in occasione del mio secondo tentativo, che due giorni fa ha dato alla luce un meraviglioso maschietto, Marzia, che ha la scadenza fissata dopodomani e Monica che la prossima settimana si presenterà insieme al marito Lorenzo al tribunale dei minori di Cosenza per il primo colloquio propedeutico all’adozione. Sono stata molto fortunata a incrociarle sulla mia strada perché ognuna a modo suo ha arricchito il mio percorso, non so se di madre, ma di donna senza dubbio. Oggi, la tutta la sofferenza del passato ha un nome dolce invece, questo nome è Martina. Dopo, esserci rivolti per 3 anni in vari centri, collezionando fallimenti, anche se dopo lunghi 4 anni al Centro Gatjc abbiamo abbracciato il sogno di una vita intera, che ormai non credevamo più di realizzare.

 

 

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